I no che esigono rispetto e tutelano la vita

Continuo a leggere di pestaggi a danno delle donne. Stavolta un semplice regolamento di conti a spese della moglie che andava cercando il compagno, preoccupata da un suo insolito ritardo. Noi donne, studiose dei fenomeni sociali -perdiamo tempo- si fa per dire –a protestare, a denunciare, a inorridire.

Passiamo ai fatti. Raramente pensiamo a chi fa violenza, all’uomo che esercita quello strano ancestrale diritto alla supremazia.

Certo è più immediato parlare delle vittime ma dell’uomo, chi se ne fa carico?chi se ne occupa?E perché poi cominciare sempre dalla coda del fenomeno, piangendo sempre a fatti avvenuti?Partiamo dal comportamento tipologico di questo marito che interpellato sulla sua responsabilità di dire dove si trovava, ha schiaffeggiato a sangue e per giunta in piazza, la moglie.

Mi vien da dire: meglio che accada in piazza piuttosto che tra le mura domestiche:diciamo che non è stato il solito finto ipocrita acquiescente in pubblico che poi “lava gli sporchi panni”in casa al lontano da sguardi indiscreti. Diciamo che almeno per questo va almeno un poco accolto: per quanto indecoroso e disdicevole, non si è fatto blandire dal “cosi fan tutti” e si è espresso palesemente.

I fatti sono chiari e incontrovertibili.

Vorrei cominciare allora da una riflessione oggettiva sull’incapacità vera spesso deformata da parte del genere maschile di non essere capaci di gestire la relazione con la partner se non in termini di conflittualità. O di competitività laddove ce ne siano le condizioni.

Oggi, a differenza che in passato, la donna normalmente evoluta chiede semplicemente di essere riconosciuta come persona da rispettare “integralmente alla pari”.

Vi pare poco?

Questa pretesa di riconoscimento mette in discussione la tradizionale e comodissima supremazia del diritto maschile ad esercitare prima un possesso (“mia moglie, mia figlia”)e poi un potere.

Non perdiamoci in vani distinguo di che tipo di potere si tratti. Può trattarsi di supremazia intellettuale, può tradursi in superiorità economico finanziaria, può declinarsi come assoggettamento psicologico, della serie “senza di me non saresti”.

Anche nella civile Reggio gli uomini fanno la guerra “professionale”personale o psicologica: usano violenza fisica, psicologica o sessuale addirittura anche quando non sono più i partner ufficiali o attuali di quella donna, ergono muri di indifferenza quando chiedi loro di rispondere dei loro gesti. E sapete perché? Perchè questi uomini, i nostri uomini non vorrebbero mai sentirsi dire di no dalle loro partner.

Le loro mamme li hanno sempre accettai incondizionatamente, qualunque cosa facessero. Si sentivano i migliori,i più amati, i più legittimati sempre e comunque. Le mamme di quegli uomini lo sanno bene. Noi poi abbiamo una cultura quasi terroristica della negazione. Il “no” crea conflitto, del no si ha sottilmente paura perché genera differenze spesso imbarazzanti o che mettono in discussione i diktat dell’altro.

Per me il no non è un vincolo, è una grande risorsa di libertà e di rispetto di sè , sempre che sia giocato bene e con dignità. Non si tratta del “no” per escludere o per compromettere distruttivamente qualsiasi cosa, ma del no che genera un piccolo solco nel quale io mi riconosco meglio e tu puoi vedermi in maniera più chiara e distinta. Quando dico “no” ribadisco che la mia identità è irriducibile alla tua, anche se la tua pretesa sarebbe diversa. Gli “yes man” che pullulano indistinti all’ombra dei poteri sanno bene che quando cominciano a far scivolare il proprio cervello sulle decisioni altrui, concordi o meno, smettono di esistere e non possono che avvallare poi tutto, nefandezze comprese. Ma questo è un discorso che porterebbe lontano e su lidi diversi.

Dicevo dunque che quando la mia identità è irriducibile alla tua esiste una condizione minima di partenza per un rapporto sano di reciprocità vera .Questo valore non esiste mai per gli uomini che considerano ad esempio il corpo della donna un fatto privato e personale. O per quelli che non si vogliono sentire contraddetti nelle loro opinioni o peggio interpellati responsabilmente sulla qualità delle loro azioni.

Occorre dare risposta alla fragilità maschile delle loro tentazioni con un’adeguata campagna di responsabilizzazione educativa nelle scuole, le uniche agenzie che permangono in contatto con i nostri figli per molti anni. Occorre non giocare a una finta pace: bisogna invece educare a gestire il conflitto, che è naturale e giusto se rispettiamo la nostra unicità. Il conflitto è scomodo, è latore di tensione ma è vitale se ben interpretato e reindirizzato in maniera costruttiva e reciprocamente condivisa.

Esiste nel mondo maschile una nuova realtà che si interroga (sto parlando di Noino.org), un piccolo manipolo di uomini intelligenti che si esprimono sulla scena, non tirandosene indietro. Ma si fa ancora molta fatica a generalizzare il discorso e si tratta ancora di una minoranza sparuta e quasi inesistente. Ecco perché a conclusione mi sento di dire che non vorrei più vedere fatti di cronaca riportati come misfatti del privato:l’uomo che usa violenza è un’urgenza sociale di cui la comunità intera si deve far carico anche istituzionalmente.

La via penale esiste ma serve attivare ben altre risorse. Non basta più. Occorre educare alla differenza e al rispetto che è poi l’anticamera di un apprendistato alla democrazia .Non si crea democrazia se non si è capaci di un rapporto di coppia e di un sano recupero di ogni tipo di differenza, etnica, sociale, culturale e psicologica.E se fosse la violenza sulle donne il segnale più palese di essere ancora dentro a una velata dittatura di vita?