Come io mi voglio

Fin da piccola, mi sono sentita dire che la benevolenza altrui si conquista più facilmente se ci si adatta alle esigenze degli altri, rinunciando ovviamente a realizzare se stesse, e così, pure io, sulla soglia dell’ adulzia, ho fatto, quando spesso ho imitato i tratti e gli atteggiamenti dei gruppi di lavoro, di studio e di amicizia di cui entravo a far parte. Dalla classe delle elementari fino al mio primo colloquio di lavoro ho imparato a mie spese e a caro prezzo che ciò che paga è l’uniformità più rigorosa, dove la capacità di adattarsi all’organizzazione, compiacendo prima il maestro, poi il capo appariva come l’unica condizione per essere inclusa e per avere una minima influenza su di essa.

Alla minima obiezione mia o al desiderio di essere più libera, mi si ricordava che una donna deve avere un certo tipo di comportamento e intelligenza che tradotti in soldoni vuol dire sano realismo. E tuttavia mi sentivo sempre meno libera e più ingessata come se un “dover essere” si impadronisse giorno dopo giorno di ogni mia azione quotidiana. Perché l’adattamento non sia avvertito come una coercizione è necessario che il mondo in cui viviamo non venga percepito come uno dei possibili mondi, ma come l’unico possibile fuori dal quale non si danno possibilità di esistenza.

Allora e solo allora l’ordine e l’obbedienza non saranno più percepiti come fatti coercitivi, allo stesso modo di come i pesci del fondo marino non percepiscono come coercizione la pressione dell’acqua e gli animali di terra la pressione atmosferica.

Voglio dire che quando tante donne si sono omologate al fatto che sia opportuno sposarsi, e avere figli, e far conciliare tutto, vita, lavoro e affetti perché così è e sempre sarà, inconsapevolmente hanno abbracciato un dettato materno ma hanno abdicato alla loro soglia di libertà. E nel profondo non so fino a che punto sappiano che la consapevolezza è stata esercitata in maniera minima. Parliamo sì di illusione e non di libertà, perché di libertà sui può parlare propriamente quando si dà una scelta tra scenari diversi, tra mondi esistenziali possibili, e non all’interno di un unico mondo, tra gli orizzonti di senso di cui veniamo quotidianamente riforniti.

Questa è la ragione per cui in una società omologata come la nostra, parlare non significa spesso come ha sempre voluto dire comunicare, ma eliminare le differenze che ancora potrebbero sussistere con le nostre simili, in modo che l’anima di ciascuna, diventi al limite sovrapponibile all’anima di qualunque altra donna sia nel nostro raggio di esistenza. Ecco perché come donna invito spesso a chiedersi “chi sono io? Ma molto più opportunamente e forse anche più tragicamente chi siamo noi donne del 2016?

Questa è la ragione per cui in una società omologata come la nostra, parlare non significa spesso come ha sempre voluto dire comunicare, ma eliminare le differenze che ancora potrebbero sussistere con le nostre simili, in modo che l’anima di ciascuna, diventi al limite sovrapponibile all’anima di qualunque altra donna sia nel nostro raggio di esistenza. Ecco perché come donna invito spesso a chiedersi “chi sono io? Ma molto più opportunamente e forse anche più tragicamente chi siamo noi donne del 2016?