Il tempo del desiderio

E’ nella pazienza e nel tempo a volte immobile che si costruisce il desiderio.
Perché non si può vivere senza “qualcosa da aspettare”. Nella mia infanzia che ricordo sempre con infinita riconoscenza, i desideri erano dilazionati, tutti o quasi.
Un giocattolo, l’inizio della scuola, la festa di compleanno, un viaggio tanto fantasticato: nessun desiderio o quasi era destinato a una risposta immediata. Poi si doveva a volte sopportare anche il peso del rinvio per il tempo inclemente o per un imprevisto dell’ultima ora. Ricordo per me l’attesa della scuola, dell’arrivo in libreria dei libri di testo, con il loro indimenticabile odore di carta appena stampata. La scuola appunto rappresentava quel mondo di relazioni assai invitante per la bambina piuttosto solitaria che ero io e poi , stanca di tutte quelle incombenze quotidiane, i compiti, i ripassi, le letture volontarie, c’era l’attesa agognata che la scuola finisse di nuovo, perché anche il tempo della vacanza (il mare, la partenza familiare, le lunghe giornate assolate libere da obblighi scolastici) era separato da quello dell’attività in maniera ben più definita di quanto non accada adesso: io non facevo settimane bianche, o week end aggiuntivi e anche le vacanze di Natale o di Pasqua erano anche una grande fatica di compiti da fare , lezioni da imparare, disegni particolari per celebrare la festa.

Ricordo che per tutta la mia carriera scolastica ho sempre studiato a menadito i tempi verbali e addirittura alle elementari si organizzavano gare tra le classi sulla velocità di risposta alle sollecitazioni di un maestro competitivo e d esigente. A Scuola studiavamo il presente, il passato prossimo, il passato remoto, il futuro, il futuro anteriore. Forse i bambini di oggi li studiano ancora, questo non lo so, ma nel linguaggio quotidiano sono rimasti il presente e il passato prossimo: tutti gli altri sono stati risucchiati in un vortice di appiattimento. Studiare i tempi verbali aveva senso perché il tempo di tutti aveva allora sue partizioni rigide, indiscutibili. La sirena di una vicina fabbrica di confezioni ci diceva che era mezzogiorno o le diciotto, la domenica, il campanile della chiesa rintoccava ogni ora e con un solo piccolo suono le mezzore. L’orologio vero, quello importante, da far vedere agli amici era il regalo più ambito della prima comunione, sette otto anni, segno di un passaggio d’età ancora fortemente ritualizzato perché netto e definito. Oggi anche i bambini hanno uno swatch di plastica e addirittura sbirciano l’ora sul telefonino passato dai grandi a loro quasi inconsapevolmente.

La pazienza del desiderio è stata sostituita dal tutto e subito, dall’intollerabilità dell’attesa, dall’insofferenza per quello che consideriamo tempo vuoto e tempo sprecato. Siamo tutti nella trappola del tempo che è denaro e ci vuole molta saggezza anche solo per imporsi o immaginare l’otium, il tempo davvero liberato in cui in cui si sedimentano le emozioni, il tempo in cui la mente gira a vuoto ma solo apparentemente, il tempo in cui i desideri prendono la forma di progetto e i progetti prendono corpo. Ci forziamo a rinascere ogni giorno, quasi privi come siamo di memoria storica, e la fatica di essere eternamente giovani cancella la possibilità dell’attesa, della pazienza, di un progetto che contempli anche la fine e non solo un fine. L’attesa oggi è diventata attesa del subito. Il desiderio non ha modo di costruirsi, di diventare progetto.

Il tempo morto quando si guida, in fila alla posta, appesi al corrimano dell’autobus, è percepito come qualcosa di intollerabile: ma intollerabile, così, diventa il pensiero, perché è proprio nei tempi cosiddetti morti che si fanno le associazioni di idee, che la mente vagola in libertà, insomma che si formano le idee nuove.

C’è stato un periodo in cui i tempi morti erano scomparsi dalla mia vita. Facevo di tutto, dicevo sì ad ogni proposta e ed era vietato fermarmi. Mai mi sono sentita cosi alienata e lontana dal mio centro. Ero piena di cose da fare: non perdevo un minuto e mi sentivo attiva e agitata.

Il risultato è stato che la testa, il pensiero, l’immaginazione non mi hanno mai funzionato così poco come in quella fase. Sono convinta che anche quest’inzeppamento contribuisca a rendere il fare politica quella morta gara che è sotto gli occhi di tutti: un eterno presente al quale la progettualità di lungo respiro si trova inevitabilmente sacrificata. Quasi inavvicinabile. E impossibile da attuare. Non esiste prospettiva. Non esiste futuro da immaginare.Figuriamoci da sognare.