La parola femminicidio mi disgusta

Una giornalista interessata al problema del linguaggio sessista, mi diceva che dopo tante resistenze, la parola femminicidio era stata finalmente adottata dalla stampa e dalla televisione. E questo è vero. L’hanno adottata ma come un cattivo genitore che poi ne abusa.

La parola “femminicidio” è spesso svuotata del suo significato originario e utilizzata a sproposito nelle notizie di cronaca che sciorinano i soliti vecchi cliché sulla violenza alle donne. Quelli che potevamo leggere sui giornali dell’Italia degli anni ’50, e che continuiamo a leggere o ad ascoltare ancora oggi. Nei giorni scorsi l’immaginario sessista della stampa ha trasformato una vicenda di uomini che avevano abusato sessualmente di ragazze minorenni, prostituite da adulti senza scrupoli, in una storia di “clienti adescati da lolite peccaminose e assetate di denaro e cocaina”.

Io stessa ho assistito negli uffici di un noto studio legale a Roma a un atto di violenza fisica ai danni di una consulente ignara di trovarsi tra colleghi mentalmente violenti solo perché “adottata professionalmente” dal cosiddetto dominus insofferente ad alcuni suoi intelligenti appunti di buona qualità della pratica legale.

La poverina è stata strattonata e fatta cadere per terra al solo scopo di umiliarla e di farle capire con le cattive maniere che la critica non era ammessa men che meno da lei, neolaureata e programmata per un lavoro di puro e semplice contorno dottrinale. Sapete come si è definita quella inutile reazione? Una normale litigiosità professionale che aveva acceso un capo troppo teso e sotto pressione. Il fenomeno della violenza contro le donne è già scomparso nella sua buona sostanza  romanzato come il “tragico destino di una storia di routine e ingenuità di ruolo”. Un po’ di solletico al voyeurismo del dolore altrui, un invito a illazioni per la differenza di età tra aggressore e vittima e il noir è servito al pubblico, ma non la consapevolezza del problema della violenza contro le donne nelle relazioni di lavoro e nelle quotidiane storie

Non si può raccontare l’uccisione di una donna come l’atto di un uomo innamoratissimo e tranquillo, e nascondere con la parola “lite” una relazione costruita con molta probabilità sul controllo, e  pressioni psicologiche. Il “femminicidio” (parola che detesto e che smetto di usare alla fine di questo mio scritto) non avviene come un fulmine a ciel sereno in una relazione di affetto e amore, ma è sempre l’atto estremo e finale di giorni, mesi ed anni di maltrattamenti. L’informazione corretta deve spiegare, chiarire, ripetere che il controllo e il senso di possesso non sono componenti dell’amore, l’amore è fatto di altro. Altrimenti come si può sensibilizzare e insegnare a riconoscere la violenza? Un ultimo appunto per le amiche donne: non avete mai chiesto a voi stesse cos’è che volete o che stimate giusto?Siate indipendenti nel pensare o nel sentire, nell’assumervi la responsabilità di Voi stesse, nel dimostrare più interesse alla vostra natura più autentica. Questo si chiama lottare per la propria vera autorealizzazione, alimentando meno timori verso giudizi altrui, trovandosi meno asservite alle comuni aspettative, imparando a dire più no all’altro e più si a se stesse. Donne più libere e vitali sono più spontanee, meno pressate dai doveri e dai sensi di colpa. E non è ciò a cui tutte aspiriamo?