La Prima fra tutte

E’ da tanto tempo che cerco di essere felice con la f maiuscola al punto da dubitare che esista o che abbia un senso cercarla. Spesso riprendo la mia vita ogni mattina andando avanti, seguendone il corso naturale, né del tutto triste né del tutto felice. Solo un misto di entusiasmo, soddisfazione, emozione talora ma anche tanta paura, paura del futuro e di qualcosa che non conosco. Ricordo gli studi classici, quelli greci specialmente in cui sui banchi del liceo era facile parlare di “eudaimonia” e di rimandare a memoria ciò che i filosofi ci hanno consegnato per aiutare noi uomini ad avvicinarci a una vita più felice.

Oggi vedo libri, leggo riviste che parlano di benessere fisico, equilibrio di vita, buon rapporto con se stessi. Dicono che quando si è felici non ci si ammala, che quando si è innamorati la salute generale migliora e tutto fiorisce.

Sarà, ma quando non si è in stato di grazia come mantenersi appunto vitali, empatici dalla vita piena? A me piace alzare gli occhi verso il cielo: è come se il blu dell’immenso mi potesse avvicinare al disegno grande a cui siamo chiamati. Il “blu dipinto di blu” della celebre canzone avvicina alla natura, al moto perpetuo dei pianeti, alle leggi cosmiche perfette che sovrastano le nostre minuscole vite di formichine affaccendate sulla terra ogni giorno a combinarne una buona.

La natura mi rende sempre felice: che sia un bel tramonto sul mare, la foresta fitta di Camaldoli, un albero in fiore in questi primi giorni di primavera. Mi si risveglia un’oscura e profonda sensazione di appartenere a un ordine sovraumano che mi ingloba e va oltre, ben oltre me stessa. Supera i miei umori, le mie fatiche, e mi fa entrare in contatto con i suoni di quando ero bambina. Il moto incessante delle onde, lo sparpagliamento delle nuvole che si arruffano col vento di primavera. La bellezza della natura è essa stessa gioia e un bel giardino aiuta. Eccome se aiuta. Meglio di un androne austero di un centro storico chiuso e cemento.

La prima fra tutte le felicità è sentirsi amati, protetti e accolti come nel grembo materno: il nutrimento d’amore, cuore a cuore tra madre e figlio. Quella tenerezza e quel calore speciali sono la sorgente dello sguardo con cui per una vita intera si guarderà a se stessi, al mondo, all’altro. In psicologia, le teorie dell’imprinting rivelano che ci sono periodi della vita che favoriscono determinati apprendimenti. Le lingue per esempio: se in casa abbiamo parlato inglese, acquisiremo il suo vocabolario più facilmente.

Allo stesso modo, il linguaggio della felicità è più accessibile se ci siamo cullati, per quanto possibile, nel suo alveo, quando ancora non avevamo il dono del linguaggio. Se abbiamo ricevuto questa impronta di felicità assai presto, è la prima fra tutte le fortune, da cui consegue il primo fra tutti i compiti: non si deve sciupare, perché c’è molto da fare. Ma se non si è ricevuto questo dono, non resta che cercarla: esiste un posto anche per noi al tavolo della felicità. Fare memoria, tentare di disseppellire ricordi lontani ma anche volere fortemente recuperarla. “Coglimi al volo se ne sei capace, e studiati di risolvere l’enigma che ti propongo”. Proust ci dimostra che il vago ricordo, nulla sarebbe senza la volontà di far rinascere la sensazione felice, come nel famoso episodio delle madeleine.

Perché non mi posso accontentare di tutti quei momenti di benessere animale come la sazietà, stare al calduccio, godere di qualche temporaneo piacere: perché questo bisogno di trascendenza, di pienezza che cerchiamo per dare senso compiuto ai nostri giorni? La vita umana è troppo dura, complicata, talora tragica per non volere opporre alla tristezza e alla disperazione un attento e determinato cammino di ricerca di felicità.